Le capanne di falasco della penisola del Sinis

Nella storia dell'abitazione sono tanti gli elementi di continuità che emergono nel confronto tra i diversi periodi. In certi casi si può persino arrivare a parlare di mancanza di mutamento e del perpetuarsi nel tempo della stessa tipologia di insediamento abitativo. In Sardegna, nel Sinis, le capanne di falasco sono ancora presenti a testimoniare l'identità di un popolo con delle origini ben salde, ma difficili da tutelare.


Non chiamatele semplicemente baracche (is barraccas) come vuole la tradizione locale. Osservatene prima bene la struttura, la scelta accurata dei materiali messi a disposizione dall'ambiente circostante, l'impatto con il paesaggio. E se siete stati attenti a a tutto questo, vi sarà impossibile negare che le capanne di falasco del Sinis non sono semplici casupole da quattro soldi, ma veri e propri beni culturali, testimonianze di una civiltà rispettosa della natura, e che si prende cura di essa.

capanna del Sinis

(Una delle ultime capanne ancora presenti ed utilizzate, San Giovanni di Sinis)

DOVE SIAMO: IL SINIS, L'AREA MARINA PROTETTA

La Sardegna nasconde luoghi che incantano all'istante ogni viaggiatore. Uno di questi è il Sinis, una penisola situata al centro della costa occidentale sarda. La magia che circonda questa terra non è recente ma una forza in azione continua ormai da millenni. Le prime tracce della presenza umana nel Sinis risalgono al Neolitico, attestate nel villaggio di Cuccuru is Arrius con le prime testimonianze di tombe ipogeiche in Italia, continuando attraverso i secoli sino all'affermarsi prima della grande civiltà nuragica, poi di quella fenicio-punica e infine della potenza romana, con una sovrapposizione attestata stratigraficamente negli stessi insediamenti.[1] Il sito archeologico di Tharros, è ancora vivo per testimoniare la continuità nel rapporto tra la bellezza della natura e la civiltà umana. Per proteggere tale bellezza, è stata istituita nel 1997 l'Area Marina Protetta "Penisola del Sinis - Isola di Mal di Ventre", che si estende su un'area di mare di circa 25 mila ettari. Gli ambienti naturali sono più che mai variegati: lagune, falesie, promontori e spiagge dalle diverse conformazioni, ospitano essenze e arbusti tipici della macchia mediterranea.[2]

Vista aerea della laguna di Mistras e della Penisola del Sinis

(Vista aerea della laguna di Mistras e della Penisola del Sinis, www.areamarinasinis.it)

LA STORIA E L'ARCHITETTURA DELLE CAPANNE

Queste capanne allineate lungo il mare sopra una lieve cresta dell'arenile sono rimaste in uso fino alle seconda guerra mondiale. Costituivano nel loro insieme un tratto tipico del paesaggio lungo tutta la costa dell'oristanese. Il movimento di rinascita del dopoguerra incentrato su altri problemi dettati dal nascente fenomeno consumista, ha portato alla scomparsa della maggior parte di queste testimonianze specialmente nel tratto di costa che si estende dalla Marina di Torre Grande all'interno del Golfo di Oristano. Mentre un nuovo fenomeno, quasi revival, della capanna di falasco esplose a San Giovanni di Sinis. I manufatti di cui si sta trattando non vanno considerati molto lontani dalle antiche abitazioni nuragiche. La dimora dei protosardi non era il nuraghe, bensì la capanna presso il nuraghe, come confermato dai numerosi lavori di scavo, studio e ricostruzione degli archeologi. Le piante degli edifici assumevano le forme più varie, tuttavia la più tipica e diffusa era la pianta rettangolare, forma perpetuata nel tempo sino alle capanne del Sinis. La differenza principale sta nella scomparsa della base che era fatta da un opus di pietre, malta e fango.

La capanna sorge, infatti, sulla sabbia compatta e finissima delle coste oristanesi che, pur non saldandosi alle pareti di legno e falasco, vi aderisce, si infiltra e con l'azione del vento maestrale, presenza costante e ben conosciuta dalle popolazioni locali, costituisce quasi una coltre protettiva che spesso si innalza e sommerge per un alto tratto il manufatto. È un'opera frutto di millenni passati a cercare di conoscere e capire come sfruttare e non sottomettere, sempre rispettandola, la natura dei luoghi dove ci si trova a vivere. La struttura dunque è in legno e canne.

 Quattro robusti pali venivano fissati ai quattro spigoli, spesso salici appositamente abbattuti. Altri quattro pali vi erano poggiati in senso orizzontale. Nella parte anteriore e in quella posteriore si realizzava con altri due pali il timpano, dalla caratteristica forma a triangolo. Al vertice dei due timpani poggiava il palo che faceva da spina dorsale della capanna. Tra palo e palo venivano distesi e fermati con giunchi fasci di  canne. Su questa base si disponevano i fasci di falasco: aggettanti gli uni sugli altri. L'unica apertura presente veniva lasciata sul prospetto, un accesso basso e con un architrave sempre di falasco. In caso di eccezione se ne lasciava uno su un lato dell'edificio. Al centro della capanna si trovava il focolare, "sa forredda", scavato direttamente sul battuto di terra. Il fumo invadeva l'ambiente ma fuoriusciva lentamente attraverso le fascine di falasco.

Gli abitanti di queste opere edilizie nonché gli stessi costruttori erano tutti semplici ma esperti pescatori o piccoli possidenti terrieri. La conclusione di questo sogno in parte nostalgico, che vide il nuovo proliferare delle capanne, si è avuta a partire dagli anni '80; quando la speculazione edilizia arriva è quasi impossibile arginarla. Le "baracche" sono ad una ad una venute meno, spesso a causa di incendi quanto meno sospetti. Un polmone di cultura tradizionale ed ecologista nel vero senso del termine, quale quello costituito dall'insieme di queste tipiche costruzioni, toglieva spazi agli interessi economici di qualcuno e molti alla lunga hanno voluto e spesso dovuto, cedere. E con la loro scomparsa si è avuto modo di notare quanto importante fosse la loro funzione anche in termini di difesa della spiaggia contro l'avanzamento e l'erosione da parte del mare: come alberi dalle grosse radici le capanne bloccavano le dune di sabbia dagli attacchi di mare e vento. Saggiamente in seguito alla loro demolizione si è pensato invece di costruire proprio su quelle dune cancellando in pochi anni metri e metri di arenile con una deturpazione considerevole del paesaggio visibile ad occhio nudo.[3]spiaggia di san giovanni

(La spiaggia di San Giovanni di Sinis: così come si presentava negli anni '80 a sinistra, e a destra la situazione fotografata nel 2010 )

INIZIATIVE DI VALORIZZAZIONE E RECUPERO

E oggi cosa rimane da fare in termini pratici per tutelare e valorizzare questo prodotto della civiltà sarda? Le fondamenta sono già state gettate: un'Area marina protetta ben avviata e strutturata, un codice dei beni culturali e paesaggistici nuovo ed aggiornato in base alle disposizioni europee, un piano paesaggistico regionale che ha imposto grossi limiti agli interventi di speculazione edilizia su tutte le coste sarde. La partecipazione attiva delle comunità locali, se supportata dalle pubbliche amministrazioni, può e deve essere la chiave di volta per mantenere viva la memoria.

Le capanne ancora in piedi e utilizzate si contano sulle dita di una mano, non bisogna lasciarsi ingannare dalle coperture imposte dai comuni ai chioschi vicino agli arenili utili solo ai fini estetici per nascondere i prefabbricati in materiali industriali. Ancora sono presenti e attive sul territorio le persone che sanno come quelle costruzioni si edificano seguendo i precetti tradizionali.

Si tratta soltanto di un passo delle istituzioni volto a tendere la mano a chi negli ultimi decenni si è visto allontanare dalla sua stessa terra con feroce indifferenza. I tempi sono maturi per portare a termine un progetto che preveda il recupero di queste opere edilizie ed il loro reinserimento nel paesaggio del Sinis ( e non solo) legato magari a programmi di promozione turistica e delle attività lavorative tradizionali (pesca ed agricoltura) nel pieno rispetto dei vincoli imposti dall'Area Marina Protetta. Gli strumenti giuridici e amministrativi a disposizione delle istituzioni per recuperare, tutelare e in seguito valorizzare le capanne di falasco del Sinis elencati non sono che da utilizzare. Il loro recupero può divenire simbolo del reale indirizzo preso teoricamente a livello nazionale (codice dei bbcc), regionale (piano paesaggistico) e locale (istituzione dell'AMP) di tutela e valorizzazione del paesaggio come connubio di aspetti ambientali e culturali.

[1] "Sardegna nel Sinis", ed. L'Unione Sarda, Giuseppe Pau

[2] www.areamarinasinis.it

[3] "nuova, vecchia, cara Oristano" ed. ACOTPO 1982 saggio di Giuseppe Pau

Autore

Dott. Maurizio Porcu

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